Zaino in spalla e cerotti a portata di mano: pronti per la sfida

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Potete chiedervi, giustamente, cosa ha spinto dei ragazzi dai 15 ai 30 anni a scegliere una ‘vacanza alternativa’ (non la solita vacanzina relax al mare o quella dove sei sveglio solo di notte), a lasciare il telefono a casa (incredibile ma vero!) e a buttarsi in un’avventura dove non esisteva la parola comodità (solo mood disagio assicurato).

Questa è stata la decisione che abbiamo preso in 270. Chi per sfidare se stesso, chi per fare un’esperienza di vita, chi per trovare risposte a delle domande lasciate in sospeso da tempo. Io personalmente sono partita senza pensarci troppo, dopo aver visto l’invito su una pagina Facebook e grazie all’entusiasmo di un’amica. Il viaggio è stato organizzato dalla Pastorale giovanile della diocesi di Perugia e Città della Pieve che ci ha permesso di partire per Santiago de Compostela.

“Scomodità e stanchezza prima del cammino vero e proprio. Già iniziamo bene”. Durante il viaggio in pullman per la Spagna erano questi i miei pensieri ricorrenti, come ad ammettere a me stessa che forse questa volta la scelta doveva essere fatta con meno impulso e che forse non era stata così azzeccata, soprattutto per una come me, amante della super organizzazione e poco incline all’adattamento. Lo assicuro, sarei tornata indietro all’istante, se ne avessi avuto la possibilità. Circa 36 ore di pullman per arrivare stanchi e stropicciati per la lunga tratta a Ferrol, località marittima nella regione della Galizia e nostra tappa zero.

Da lì, 6 giorni di cammino con tappe che si aggiravano intorno ai 20 km giornalieri. Arrivavamo nelle palestre dove alloggiavamo stanchi, infreddoliti, affamati. A volte con il sorriso stampato in faccia (specialmente quando avevi preparato il pranzo il giorno prima), altre volte con uno più timido (specialmente quando arrivavi in palestra tra gli ultimi ed eri costretto a farti la doccia estremamente ghiacciata).Divisi in gruppetti di 14 persone (le fraternità), ci siamo trovati a condividere tutto: acqua durante le salite, cerotti per medicare vesciche e ferite varie, momenti di vita… pranzi, cene, preghiere. È stato bello scoprire una seconda famiglia, perché quei ragazzi all’inizio sconosciuti, poi conoscenti, sono diventati i tuoi compagni di avventura, pilastri su cui appoggiarsi.

Siamo arrivati a Santiago di Compostela il 9 agosto. Tappa relativamente corta (15 km) ma in assoluto una delle più estenuanti: una pioggia incessante per tutta la mattinata che ci ha bagnati dalla testa ai piedi, come per ripulirci dal mix di sensazioni provate nei giorni precedenti e per prepararci a quella più vera e travolgente proprio davanti alla cattedrale: entusiasmo.
E poi… Incredulità. Soddisfazione. Pienezza.

Il cammino è stato Santiago stesso: arrivi e ti emozioni per la bellezza. La bellezza della soddisfazione, ce l’hai fatta proprio tu con tendiniti e dolori nei posti più impensabili. Proprio tu dal ma chi me l’ha fatto fare. La bellezza della condivisione, di aver camminato (fisicamente e metaforicamente) insieme a quei ragazzi che tanto ti insospettivano all’inizio. La bellezza del silenzio, l’aver combattuto contro quell’ora al giorno di silenzio per fare ordine al caos di pensieri, emozioni, paure che avevi dentro.

Santiago è stato una sorpresa: il traguardo è stato bello tanto quanto il cammino in sé.Santiago poteva essere una risposta a quelle domande lasciate in sospeso da tempo, ma così non è stato: nuove domande aggiunte alle vecchie, altri obbiettivi, altri perché…

A Santiago ci arrivi solo se sei un vero pellegrino.

“Devi avere un passo continuo, costante e sopratutto sul presente: perché la stanchezza viene se pensi al passato e al futuro, mentre se cammini pensando soltanto al piccolo passo possibile che tu ora puoi fare, a un certo punto arrivi alla meta”.

Chiara Corbella Petrillo

Testo e foto di Arianna Sorrentino