Uno strano viaggio, la performance instabile tra il verde dell’Umbria

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Un campo da calcio. A sinistra imponenti colline, di un verde misterioso e magico. A destra il tramonto, che rende tutto più bello. Un campo da calcio, se affidato a buone mani, può essere decontestualizzato. Può riuscire a trasformarsi in qualsiasi cosa. Perfino in un palcoscenico.

È sera e allo Stadio degli Ulivi, Assisi, iniziano ad arrivare persone. Ognuno è stato scelto, con accuratezza e affetto, per essere testimone di un’esperienza nuova, e a dir poco insolita.

Il laboratorio del Piccolo Teatro degli Instabili – rigorosamente made in Umbria – gestito da Fulvia Angeletti, era iniziato in quello che ormai sembra un periodo lontanissimo: lo scorso anno. Finalmente, il 2 luglio, si è concluso un percorso che, necessariamente, non meritava di restare in sospeso.

L’inarrestabile, seppur inflazionato, desiderio di ricominciare, ha guidato un’esperienza innovativa e, bisogna dirlo, rispettosa del difficile contesto che tutto il mondo (specialmente quello artistico) sta vivendo. La performance, tenutasi pochi giorni fa, è stata realizzata dagli allievi e le allieve di Caterina Fiocchetti e Samuele Chiovoloni, ai quali è stata lasciata piena libertà e arbitrio riguardo la scelta del contenuto, della forma e del testo da rappresentare.

Una sola regola: a ogni attore uno e un solo spettatore. A ogni spettatore è stato offerto un viaggio: unico e irripetibile.

La libertà, ora, è decisiva. Ora, a maggior ragione, sono importanti i vostri pensieri liberi, la vostra libera azione, il vostro libero arbitrio”.

È iniziato in questo modo lo strano viaggio degli In-stabili, che è riuscito a coinvolgere, in modo innovativo, attori e spettatori, esploratori ed esploratrici: del sé e, viceversa, di tutto ciò che si trova al di fuori di esso.

Si potrebbero avanzare critiche, o continuare a farlo, o non fare nulla.

Molto più utile sarebbe cercare delle soluzioni, pratiche, concrete e realizzabili, volte all’interiorizzazione, assimilazione e, possibilmente, al disinnesco di un lasso temporale così traumatico come quello appena vissuto. Tentare di intrappolare e rappresentare sensazioni, emozioni ed esperienze non è certamente una novità per il contesto teatrale. Attualmente è semplicemente necessario, sia per l’attore che per lo spettatore, provare qualcosa di vero, qualcosa che non sia intrappolato in uno schermo asettico. Qualcosa, insomma, che non si è costretti a fare passivamente e apaticamente solo perchè non c’è niente di meglio da fare.

Trovare una soluzione realizzabile significa adattarsi e, senza scomodare svariate teorie sociali, in un periodo come quello attuale, l’adattamento è un prerequisito essenziale, non per tornare al passato, al contrario, per pensare a un domani, sicuramente differente, ma non necessariamente apocalittico e catastrofico.

Il teatro è e deve essere la risposta al desiderio di volersi perdere in viaggi. Che siano essi mentali, strani, strambi, brutti o meravigliosi, sono pur sempre viaggi. Così come si è conclusa questa inaspettata esperienza è bene ricordare che non bisogna mai arrestare la creatività. “Ma ora Il nostro gioco è finito. Noi siamo di natura uguale ai sogni”

Testo di Stella Bastianelli

Foto di Andrea Cova