Una storia luminosa: la cereria di Bevagna

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C’è un luogo dove il tempo si è fermato. Un luogo dal profumo avvolgente e calmo. Da un po’ è tutto più statico, più silenzioso e strano ma sembra di vedere le piazze piene, il vino nelle brocche e la gente, curiosa, affacciarsi alle porte delle botteghe medievali. Il Mercato delle Gaite di Bevagna si riposa e con esso i suoi numerosi volontari. Al suo posto, dal 18 al 28 giugno, quest’anno c’è eXtraordinaria, una versione online ricca di interventi, esibizioni, gallerie multimediali e aneddoti riguardanti la rievocazione che da trent’anni consente di scoprire e conoscere il Medioevo. È proprio vero che dalla caduta dell’Impero Romano alla scoperta dell’America l’uomo abbia vissuto nella totale regressione sociale? Se è così la storia dovrebbe presentare una sorta di buco nero, nel quale nulla è stato scoperto e tutto è unicamente tetro e oscuro. In realtà c’era più luce di quanto si creda e, letteralmente, una testimonianza è l’invenzione del duplero.

La candela rappresentò, per secoli, la massima espressione della produzione artigianale e, insieme al fuoco, simbolo stesso dell’antropologia, ha consentito, fino al XIX secolo, di vivere un po’ meno nell’ombra. L’uso della cera d’api risale all’antico Egitto, passando poi per Greci ed Etruschi. I Romani inventarono un prototipo di candela, intingendo foglie di papiro nella cera e avvolgendole attorno a uno stoppino. Fu il “secolo buio” però, quasi fosse un ossimoro, a perfezionare il più famoso strumento di illuminazione fino all’invenzione della luce elettrica. La pura cera d’api, sciolta in caldaie di rame a “bagnomaria”, viene colata su stoppini di canapa (lo stoppino non è immerso nella cera come accade oggi con la paraffina). Dopo aver sovrapposto almeno venti strati di cera si ottiene una candela lineare, leggermente conica. Attorcigliando due candele lineari si ottiene il duplero, la cui caratteristica principale è quella di avere due stoppini, dunque due fiamme con doppia resistenza e luminosità.

Dopo sette secoli, quasi fosse il gesto più quotidiano del mondo, Marco Gasparrini artigiano della Cereria Medievale della Gaita San Pietro a Bevagna, crea ancora oggi dupleri. E non solo. Grazie alla rievocazione storica del Mercato delle Gaite, durante il mese di giugno, Bevagna e i volontari della manifestazione si vestono di storia e presentano al pubblico antiche botteghe dei mestieri tra le quali la Cereria.

Quando si arriva in Piazza San Filippo la prima cosa che si nota è il grande albero posto al centro. Tutti lo chiamano Fanfano, è lì da un bel po’ e ne ha viste veramente tante. Ha vissuto la frenesia delle taverne aperte, ha riparato dal sole e dalla pioggia molte persone, ha ascoltato canzoni cantate a mezzanotte e ha seguito gli allestimenti che da anni caratterizzano la manifestazione. Ha visto anche le gite, i gruppi di famiglie, bambini, ragazzi e meno ragazzi che da svariate parti d’Italia e del mondo arrivavano a visitare la Cereria Medievale. Ha sentito ogni anno frasi del tipo:

Ma pensa un po’! Si dice cerotto perché si faceva con la cera!”.

Ma che profumo poi!”.

Èh certo! La cera d’api mica è paraffina!”.

Ora c’è un po’ più di silenzio ma la porta della Cereria è nuovamente aperta, le api non hanno mai smesso di lavorare e Marco può indossare nuovamente il grembiule di cuoio. La ruota dove sono appese le candele gira ancora e dal calderone di rame fuoriesce l’inconfondibile profumo dolce e avvolgente della cera. Le candele sono nuovamente spedite e raggiungono mete lontanissime, pronte a illuminare case e non solo. C’è silenzio e stasi, è una calma strana e inusuale ma la Cereria attende di nuovo i suoi visitatori, pronta ad ammaliare con la sua luce che profuma di storia.

 

Di Stella Bastianelli