Un clown per amico: Vip Perugia e la terapia del sorriso

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Un naso rosso abbatte i muri e accorcia le distanze. Non è stato facile nemmeno per loro ritrovarsi nella realtà Covid che costringe a stare lontani. Soprattutto se annullare la distanza – anche fisica – è alla base del loro agire. Li conosciamo con nasi rossi, camici colorati, occhiali strambi e palloncini in mano. Ma i volontari clown sono molto di più di quello che possiamo vedere.

Nata nel 2006, l’associazione Viviamo In Positivo Odv Perugia, che fa capo alla Federazione Nazionale Vip Odv Italia, oggi conta 140 soci.
Operano all’Ospedale S.Maria della Misericordia, in particolare nei reparti di Pediatria – normale e oncologica- , alla residenza Chianelli, nelle case di riposo Fontenuovo e Seppilli a Perugia, nella casa di cura Santa Margherita a Panicale e nella casa Emmaus a Lidarno. Recentemente è stata avviata anche una convenzione con il carcere di Capanne. Hanno a che fare quindi con bambini, anziani e disabili, da poco anche con detenuti. E lo fanno portando la loro medicina: il sorriso.

Clown non si nasce, né ci si improvvisa. Lo spiega bene Martina Rossi, vicepresidente di Vip Perugia: “Tanti non si immaginano il mondo formativo che c’è dietro alla clownterapia: è un percorso che lascia poco al caso. Spesso si associa il clown a una figura facile e superficiale, ma non è così. Dietro a una gag o una mossa c’è un perché, studiato e finalizzato”.
Ogni anno e mezzo si tiene un corso base di tre giorni, superato il quale si può entrare in associazione e diventare clown. Per fare servizio però è necessario svolgere allenamenti – dinamiche di gioco, esercizi introspettivi… – due volte al mese e seguire corsi di formazione che permettono di crescere costantemente.
Tra di loro c’è inoltre una gerarchia, con gli esperti clown angeli che affiancano durante il servizio i nuovi arrivati, i clown in formazione: è un prendersi per mano. E è anche l’aspetto di cui mi ha parlato subito Camilla, clown in formazione da un anno: “A livello di rapporto con gli altri clown ho visto da subito il prendersi cura l’uno dell’altro. E questa cura tra di noi è quello che si porta alle persone a cui vai a fare servizio”.

Con l’arrivo del coronavirus hanno dovuto reinventarsi. “Eravamo titubanti. Perché noi viviamo di corpo, contatto, relazione. Quello che facciamo a servizio dipende molto da quello che vediamo entrando in stanza e dalle informazioni che i nostri occhi catturano”. Martina spiega che all’inizio è stato difficile, ma poi si sono messi in gioco anche loro. “L’alternativa era non fare niente”.

In collaborazione con il Cesvol, Vip Perugia ha attivato il servizio telefonico Una chiamata per un sorriso. Tutti i giorni, con orario 10-12 e 15-19, chiamando i numeri 3392055168 e 3392055797 vieni reindirizzato a un clown che ha il piacere di fare una chiacchierata con te.

Inoltre, ogni settimana l’associazione resta in contatto con le strutture interessate dal servizio inviando un video con performance dei clown, tra le quali sketch divertenti, letture, spettacoli di marionette… “Continuiamo ad esserci”, dice Martina.

Il loro prossimo step sarà adeguarsi ai servizi in videochiamata. “In questa modalità dobbiamo essere più competenti perché viene meno l’aspetto principale del nostro servizio: il piano empatico e relazionale. Questo tipo di servizio è più tecnico, ci vuole una buona preparazione e ci stiamo organizzando per formazioni più mirate”.

La realtà dei volontari clown è molto ricercata soprattutto da medici e infermieri, con cui
collaborano. Spesso quest’ultimi si appoggiano alla loro comicità per distrarre i pazienti, con grande beneficio per il loro lavoro in giornate grigie in cui è difficile anche solo prendere i parametri basali come temperatura e pressione. Con gli anziani nelle case di riposo è diverso: bisogna stare attenti a non creare uno strappo eccessivo rispetto alla loro routine che potrebbe destabilizzarli.
Camilla, meglio conosciuta come Vongola Budino – ogni clown ha un proprio nome unico registrato nel catalogo nazionale –, ha a che fare maggiormente con bambini nei reparti di Pediatria. Mi parla della fantasia, che è la sua chiave per interagire con loro. “Quando entri in stanza devi subito capire come si sente il bambino e da lì crei la tua situazione. A volte sono proprio loro che la creano, basta un palloncino gonfiato che prende qualsiasi forma, un braccio di una mamma che diventa la macchina del latte” .

Nonostante il telefono che si intrappone tra noi, la sento emozionata. “Devi lasciarti trasportare. Non vogliono spettacoli, solo cose semplici che gli portino il sorriso. È di quello che hanno bisogno”.

Arianna Sorrentino