Sculture oltre i pregiudizi

148

Nonostante non sia mai stato accertato scientificamente, il pensiero che la sordità rechi con sé anche deficit intellettivi, è molto diffuso all’interno della società. A volte per scherno e ignoranza, altre volte in seguito a una grave disinformazione. Di conseguenza, se può essere facilmente immaginabile quanto sia difficile per delle persone sorde trovare anche un normale impiego lavorativo, figuratevi quanti pregiudizi possano incontrare queste in un settore come quello culturale e artistico.

Daniele Covarino è un talentuoso scultore perugino di 43 anni. Covarino è sordo dalla nascita e alcuni frangenti della sua carriera artistica confermano alcune dei pregiudizi appena citati.

Covarino fin da piccolo ha un grande talento per il disegno. Disegna continuamente e nessuno riesce a farlo smettere. Anzi, per fortuna i suoi genitori e la sorella lo incoraggiano, soprattutto sua madre, Nina, romana di origine che da giovane fece anche la comparsa in un film di Alberto Sordi, Il comune senso del pudore.

“Quando me dicevano le battute je chiedevo sempre ‘E poi? Che ve devo di’ solo questo? Sicuri?’. Oh, non mi capacitavo del fatto che dovessi dire solo due battute in cambio di tutti quei soldi!”, racconta ridendo Nina.

“Mia madre scriveva belle poesie in romanesco da giovane. È una persona dotata di una grande sensibilità”, racconta Covarino, “e fin da piccolo mi portava spesso in giro per musei e chiese. Le opere che più mi colpirono di queste gite furono le nature morte di Caravaggio a San Michele. Per me era fantastico, se non fosse che facevamo davvero parecchi chilometri ogni giorno. Ma mia madre però insisteva sempre: ‘Se devi gira’ Roma, lo devi fa’ a piedi!’”.

Uscito dalle medie, Daniele si iscrive all’ex Istituto Statale d’Arte, ora Alpinolo Magnini di Deruta, scuola nota anche per accogliere ragazzi con disabilità, e lui effettivamente si sente apprezzato. Quando, però, in quarto superiore, si palesa la possibilità di partecipare all’importante concorso d’arte regionale di Gualdo Tadino, riservato agli istituti d’arte superiori, dovrà battersi molto per avere la possibilità di iscriversi. Alla fine vi riuscirà e finirà per vincere il concorso.

In ogni caso il Magnini, nonostante le forti resistenze riguardo all’iscrizione al concorso, sarà molto importante per la sua carriera artistica, in diversi modi e a più riprese.

In primo luogo, perché, conclusa la scuola superiore, è il Magnini stesso a trovargli il suo primo impiego. Covarino lavorerà due anni come decoratore all’Antica Moretti, importante ditta di ceramica a Deruta. Non smetterà, almeno per un altro decennio, di lavorare con la ceramica, ma al tempo stesso decide di continuare gli studi iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia.

Il bilancio che traccia della sua esperienza, però, è costellato di luci e ombre: “L’Accademia mi ha dato tantissimo, a livello tecnico, concettuale e umano, soprattutto grazie ai miei colleghi e a professori quali Todini, Busti, Iori e Ciarapica, scomparso proprio recentemente e al quale devo davvero molto. D’altro canto, rimango ancora oggi dell’impressione che l’Accademia in quanto istituzione potesse dare di più a tutti noi studenti, in particolare più visibilità attraverso delle mostre collettive. Organizzarono solo una mostra di scultura in cinque anni e quando venne la volta del nostro corso non mi considerarono nemmeno. Andai a parlarci, ma nessuno mi diede una risposta”.

Uscito dall’Accademia, il segretario che era al Magnini quando lo frequentava Covarino, spinge il giovane scultore a fare domanda per l’insegnamento. Passerà il concorso e per un anno insegnerà Discipline Plastiche alla scuola serale dell’Istituto d’Arte di Spoleto Leoncillo Leonardi.

“Non dimenticherò mai il mio primo giorno da insegnante. Arrivai in classe e io che spesso sono stato discriminato e sottovalutato per la mia sordità ora ero lì con un gruppo di studenti che mi ascoltavano attenti e concentrati a non perdere una parola di ciò che dicevo”.

Non tutto fu semplice perché anche qui Covarino incontrò diverse resistenze. Anche in questo caso, però, l’artista perugino riuscì a convincere tutti.

Il giorno stesso, infatti, il preside entrò di sorpresa in classe e notando la dedizione con la quale tutti stavano lavorando si complimentò lungamente con il neo-insegnante.

A 22 anni, però, Covarino dalla pittura passa alla scultura. E il motivo è molto curioso. “Mi ero molto appassionato a un film di fantascienza, Navigator, molto passato in televisione negli anni ’80”, racconta divertito. “Non era un film di grande qualità, anzi potremmo definirlo un b-movie. A me colpì tantissimo l’astronave di quel film. Fui colpito ovviamente dal grande valore concettuale che è dietro a un mezzo di questo tipo, ma soprattutto dalle sue caratteristiche estetiche. Era un’astronave dalla forma e dal colore mutevoli in base alla velocità a cui andava e ai cieli che sondava. Avrei voluto idearla e realizzarla materialmente io. Lì, sentii l’esigenza di realizzare delle sculture. Sì, quell’astronave fu la causa di tutto”.

Ed ecco che rientra in gioco il Magnini. Sì, perché quando Covarino cominciò a realizzare sculture astratte decise di scegliere come materiale la terracotta e adottò la tecnica a colombino, entrambi retaggi del Magnini.

“Fu naturale adottare questa tecnica millenaria, non solo perché l’avevo studiata, ma perché quando l’avevo sperimentata mi aveva rilassato incredibilmente e ritengo fondamentale che l’arte arrechi anche un piacere fisico durante il suo svolgimento”.

Negli anni la poetica di Covarino è maturata, ma l’approccio è rimasto sempre lo stesso: “Lo studio nell’arte è fondamentale perché sicuramente indirizza inconsciamente il processo creativo, ma quando realizzo un’opera tutto il mio bagaglio artistico è filtrato dal mio istinto e dall’emotività del momento”.

Da un po’ di tempo a questa parte, però, la vita dell’artista perugino è cambiata. Nel frattempo, infatti, il commercio legato alle ceramiche derutesi ha sentito forte il peso della crisi economica e per questo e altre esigenze Covarino ha deciso di cambiare mestiere. Da dieci anni, infatti, fa il panettiere in un forno di Ponte San Giovanni.

Se il lavoro attraverso il quale si sostenta non è più legato a un ambito artistico però è proprio nell’anno in cui cominciò a fare il panettiere che Covarino ha ricevuto il suo riconoscimento artistico più importante: la menzione d’onore al concorso “Arte Giovani Corciano”, riservato ai giovani under 35 e indetto dal Comune durante il Corciano Festival. Manifestazione in cui verrà selezionato anche per i successivi due anni.

“Sono orgoglioso dei premi ricevuti per ovvi motivi, ma cerco sempre di non valutare il mio lavoro solo in base ai riconoscimenti. Ritengo che una delle cose più entusiasmanti di questo concorso siano state le persone, colleghi e non, con cui sono entrato in contatto, come Luan Bajraktari, incredibile artista kosovaro ora attivo in Austria, diventato uno degli amici con cui mi sento più spesso”.

Da allora lo scultore umbro ha partecipato con grande frequenza a mostre d’arte collettive in giro per l’Italia dopo aver esposto in due mostre personali a livello locale.

L’ultima esposizione delle sue opere risale al 31 agosto, quando Covarino è stato uno degli artisti ospiti dell’Inclusion Festival, festival organizzato a Ponte Valleceppi da Mattia Liguori, un giovane ragazzo sordo, già da molti anni attivista per i diritti delle persone con disabilità. Inclusion è un festival che in nome dell’arte vuole riunire persone con disabilità e normodotati, ribaltando in parte il concetto che siano sempre i normodotati a organizzare e ospitare le persone con disabilità.

La prossima mostra a cui lo scultore perugino prenderà parte con tre sue opere, invece, sarà una collettiva d’arte a tema libero che avrà luogo il 14 dicembre nella splendida cornice di Villa Magherini-Graziani a San Giustino. Fino a quel giorno le sue opere rimarranno nel loro habitat naturale: il meraviglioso giardino nel retro di casa di Covarino.

 

 

Andrea Barcaccia