Perugia e San Costanzo, dal martirio al torcolo

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Foto di Lumen roma

Un santo sì, ma prima di tutto un uomo ancorato alla sua missione. Non servono tante parole per descrivere san Costanzo, che della vocazione ha fatto la ragione della propria esistenza.
Ultimo dei tre patroni di Perugia ad essere eletto, la sua è una storia che ha dello straordinario nella semplicità: una storia di martirio divenuta famosa tra cristiani e laici.
Festeggiato il 29 gennaio di ogni anno, viene soprannominato il Santo “della gran freddura” in contrapposizione all’altro protettore della città San Lorenzo, il Santo “della gran calura”, per la sua ricorrenza che cade il 10 agosto.

Costanzo fu il primo vescovo della nostra città e oggi lo ricordiamo per la sua caparbietà, la sua tenacia a non prostrarsi al potere, innalzando sempre il suo credo, per il suo non abiurare a quella fede che poi l’ha messo in croce. Di lui si racconta che venne immerso in acqua bollente, ma ne uscì incolume. Che venne costretto a camminare su carboni ardenti, ma non riportò ustioni. Dopo essere stato incarcerato due volte e aver convertito i suoi custodi, morì decapitato nel 170 dopo Cristo a Foligno. Poco dopo la morte fu portato a Perugia e sepolto in un luogo detto Areola fuori Porta San Pietro, dove poi sorgerà l’attuale chiesa consacrata. La storia cristiana ci suggerisce una testimonianza forte che ha portato i perugini oggi a festeggiarlo e onorarlo proprio in virtù della sua fedeltà.

Anche quest’anno Borgo Bello, il cuore tra porta San Pietro e san Costanzo, si risveglia con un clima di festa: 70 espositori che propongono offerte per la casa, giocattoli, prodotti di artigianato e enogastronomia, vestiario e collezionismo. Ad attrarre la città non ci solo gli ambulanti, ma anche (e forse soprattutto) c’è la distribuzione del torcolo: una tipicità perugina ‘povera’ grazie al suo impasto di base preparato con la pasta del pane, condito di anice e canditi, che porta nell’aria quell’aroma di dolcezza che richiama le consuetudini a cui i perugini sono tanto affezionati. Per la sua forma a ciambella esistono varie versioni: si dice che il buco rappresenti il collo decapitato del Santo o la collana ricca di pietre preziose che si è sfilata al momento della decapitazione o, ancora, il buco serve per riportarlo facilmente a casa dalle fiere o mercati dove si poteva acquistare.
Quest’anno grazie all’amministrazione comunale sono stati distribuiti 190 kg di torcolo e bicchieri colmi di vin santo, il vino delle ricorrenze, per “intozzarlo”.

foto di Alessandro Biti

Chiamato anche dolce degli innamorati, il torcolo fa riferimento a un’antica storia riguardante san Costanzo. Tradizione vuole che ogni anno, durante questa festività, le ragazze nubili vadano nella chiesa a lui dedicata per sapere se si sposeranno durante l’anno: se l’icona del santo fa l’occhiolino alla ragazza significa che le nozze ci saranno, altrimenti il fidanzato, per consolazione, dovrà regalarle il torcolo.

“San Costanzo dall’occhio rotondo famme l’occhietto sinnò n’ciartorno!”

Arianna Sorrentino