“Mantenere le distanze? Per noi è la norma”. La perdita della vista, l’amore, Perugia. La storia di Stefano

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L’altro giorno tirava vento in città. C’erano poche persone per strada e tutte erano bardate nei loro giacchetti, i visi coperti dalle mascherine. In una piazza due conoscenti si parlano da un lato all’altro della strada. Sei stato al supermercato? Una folata di vento. Come? Dico, sei stato al… passa un pullman. Come? Senti, lasciamo perdere… manco ti vedo co’ ‘sta mascherina, ho pure gli occhiali appannati. Ci sentiamo dopo al telefono! L’altro fa un vago cenno di assenso e se ne va.

Il pullman che ha appena portato i due conoscenti a desistere dallo scambiare quattro chiacchiere si blocca alla fermata. C’è solo un signore che deve salire. Ha alzato un bastone bianco e rosso, lungo circa un metro. Appena il pullman si ferma, tira giù il bastone e sale con naturalezza.

È Stefano Cannas, 44enne sardo non vedente, centralinista presso la sede centrale dell’Università degli Studi di Perugia.

I normodotati si trovano per la prima volta a dover affrontare una situazione di grande difficoltà anche negli atti più quotidiani. Lo capisci subito quanto le persone siano nervose. Per noi disabili è sempre così. Al di là della gravità del virus, questa per noi è solo un’altra difficoltà. E diciamo che il nostro spirito di adattamento è già forgiato: questo penso di poterlo rivendicare”.

In questo periodo per Stefano, e per tanti altri non vedenti autonomi come lui, paradossalmente non è stato infatti così problematico rispettare il distanziamento sociale imposto nei luoghi pubblici.

Per noi non vedenti è naturale rispettare e capire le distanze quando siamo in giro, anzi ne va della nostra sopravvivenza. Anche le nostre forme di supporto sono una forma di distanziamento. Lo è il bastone, che nella sua massima estensione è un metro e venti, e ancora di più un cane guida. Sembra un paradosso ma è raro che sia un non vedente ad andare addosso ad un soggetto per strada. Spesso è il contrario, molti vedenti non guardano dove mettono i piedi, stanno al cellulare, sono distratti e ci vengono addosso!“.

Più problematico è stato sicuramente per quei non vedenti che invece hanno bisogno di un accompagnatore.

“Noi non vedenti ci serviamo di accompagnatori solitamente quando non possiamo più camminare in modo autonomo. Anche noi non vedenti camminatori autonomi però ce ne serviamo in qualche occasione. Si tratta soprattutto di quando usciamo con amici vedenti e quindi potrebbe più avere a che fare con le fasi di contenimento dell’emergenza che verranno successivamente. Il cammino di un non vedente non è perfettamente lineare. Per questo camminare insieme ad amici vedenti, noi con il bastone e loro normodotati vicino, rischia di diventare più un lavoro che un piacere. O si sta molto distanti lateralmente o, come avviene il più delle volte a causa dei marciapiedi stretti, va a finire che si cammina in fila indiana anche con gli amici”.

Stefano è diventato cieco a 26 anni a causa della retinite pigmentosa, una malattia degenerativa che gli fu comunicata in una situazione molto particolare. Nella sua scuola elementare, durante i primissimi giorni, gli alunni di prima venivano sottoposti a esami gratuiti di routine. Durante uno di questi, a Stefano viene diagnosticata questa malattia che lo avrebbe portato a perdere la vista.

Passano gli anni però e della malattia neanche l’ombra. Stefano non è che l’aspetta e conduce la sua vita in modo normale: comincia le superiori, il motorino, i primi amori, il diploma, poi i primi lavori e se gli chiedevano cosa ne sapesse della cecità o della Nuova Caledonia per lui faceva lo stesso.

Fa i lavori più disparati: dal muratore all’operaio nei frantoi, consegna la carne, impiegato per Allianz assicurazioni, taglia la legna e gestisce un b&b. È a questo punto che la vista comincia a calargli vertiginosamente e nel giro di pochi mesi non ci vede più.

La decisione è drastica e per certi versi obbligata: fa i bagagli, saluta i più stretti, lascia la sua compagna, si fa portare alla stazione e prende un biglietto per Roma di sola andata. Direzione Centro Regionale del Lazio, Sant’Alessio Margherita di Savoia, un istituto per non vedenti e persone con altre disabilità.

 

Roma non l’aveva mai vista. Ci arriva per la prima volta da cieco. Al Sant’Alessio ci sta un anno e mezzo. Non è una vita entusiasmante lì dentro. Non è facile uscire a fare un giro e una volta usciti non è facile stare in giro. Si ritrova a passare tanti fine settimana da solo ma il centro gli lascia alcune cose preziose. Si diploma come centralinista, prende un certificato in tifloinformatica (un equivalente dell’Ecdl per non vedenti, ndr) ed è sempre qui che conosce la sua attuale moglie Arianna, anch’essa cieca.

Arriva a Perugia nel 2010 vincendo un bando pubblico dell’Usl Umbria 1. Due anni dopo passa all’Università degli Studi di Perugia dove attualmente lavora.

Stefano Cannas mentre mostra la scorciatoia che prende ogni giorno per tornare a casa.

La maggior parte dei problemi causati dalla quarantena per Cannas ha riguardato soprattutto il lavoro.

“Io per lavorare ho bisogno di una certa strumentazione. La postazione di centralino è gestita da un pc fisso con casse collegate e lettore vocale che io non ho a casa. Ho fatto una richiesta scritta per farmela portare a casa e lavorare da qui ma non mi è stato concesso. Dal 16 marzo invece, appena ho potuto, ho usato i permessi speciali messi a disposizione in questo periodo per coloro che usufruiscono della legge 104: 18 giorni di permesso, anziché 6, per ciò che restava di marzo e per tutto aprile, che nel mio caso sono diventati 36 poiché anche mia moglie è una fruitrice di questo permesso. I permessi sono stati rinnovati anche per i mesi di maggio e giugno con le stesse modalità e ne usufruirò anche in questi mesi”.

Un altro aspetto problematico per la vita in città di un non vedente autonomo come Stefano sono state le modalità di fruizione dei mezzi pubblici. “Me ne servo moltissimo. All’inizio era difficile salirci perché spesso gli autisti non prestavano attenzione a fermare le porte in corrispondenza della mia posizione. Ma con il tempo li ho conosciuti quasi uno ad uno e la pratica è migliorata”.

 

 

 

 

 

Ora però a causa di alcune misure prese per contenere l’emergenza contagio e per il minor flusso di persone, per Cannas è stato decisamente più problematico prendere i mezzi. “Alcune delle sicurezze più importanti per un non vedente quando gira per la città si fondano sul dialogo con gli altri. Alle fermate in questo periodo non c’è quasi nessuno e quasi mai ho potuto chiedere che linea fosse quella che sentivo avvicinarsi. Quando succede questo di norma chiedo direttamente all’autista, ma salendo dietro e con la mascherina, non era così facile nemmeno chiederlo a lui!”.

In un periodo storico in cui il nostro modo di curare alcuni malesseri è legato nel bene e nel male a un uso massiccio e ricorrente di medicinali, una testimonianza come quella di Stefano Cannas è un motore per tutti i normodotati, un ansiolitico naturale, e non solo. In queste storie di disagio quotidiano sta tutta l’essenza più pragmatica della scrittura: l’importanza di alzare lo sguardo e misurarsi con quello che ci circonda, ascoltarlo e, se possibile, raccontarlo, per immedesimarsi e progredire.

 

Testo e foto di Andrea Barcaccia