Il lavoro è una preoccupazione?

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Se il lavoro è una preoccupazione, è perché spesso al centro dei nostri pensieri ci sono ansie e paure che riguardano proprio questo aspetto della vita. Tra i timori più diffusi c’è quello di non trovare un’occupazione adatta a noi. Abbiamo la sensazione che ci sia sempre qualcuno più giovane e più preparato, rispetto al quale, complice l’inarrestabile avanzamento tecnologico, ci sentiamo un passo indietro, con la conseguenza di rivedere costantemente al ribasso le nostre competenze. C’è poi, in Italia, la preoccupazione socioculturale del posto fisso, secondo la quale si deve andare in pensione con l’azienda presso la quale si è entrati nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo, l’idea di lavorare tutta la vita nello stesso posto, svolgendo le stesse mansioni, con gli stessi colleghi e, non ultimo, lo stesso stipendio, ci appare alienante, repellente. E l’idea di andare in pensione, utopica.

Il primo passo da compiere consiste, dunque, nel liberarsi le spalle dal peso di ciò che accadeva in passato e che nostro malgrado la cultura familiare ci ha trasmesso. Posto fisso? No, grazie.

Ci sono poi le ansie che dipendono dalle convinzioni rispetto al lavoro, dalla capacità di identificarci con quello che facciamo e, ultimo in elenco ma primo in importanza, da quanto la nostra autostima dipende dai risultati che otteniamo. Spesso ci imponiamo di agire in quella che non è altro che una nostra proiezione della perfezione. Ci sforziamo di prevenire le possibili critiche, che sono tutte nella nostra testa. Finiamo per rimuginare a lungo sulle ingiustizie di cui siamo oggetto e che noi per primi ci infliggiamo. Ingiustamente.

Siccome tra noi siamo molto più simili di quanto ci piaccia credere o ammettere, è probabile che i nostri colleghi soffrano degli stessi malumori. Quale che sia, poi, la nostra preoccupazione principale, rispetto al lavoro, gli psicologi concordano nel consegnare le responsabilità dei nostri malesseri ad alcuni fattori generali, descritti sinteticamente di seguito:

Sindrome dell’impostore: consiste nel credere di aver ingannato gli altri, convincendoli a sovrastimare il nostro valore e le nostre capacità. All’opposto, quando otteniamo successi o riconoscimenti, tendiamo ad attribuirne il merito a una ipotetica facilità del lavoro o alla mera fortuna. Da queste condizioni deriva l’immotivata angoscia di essere scoperti, smascherati come gli impostori che crediamo di essere. L’accumulo di insicurezza influisce negativamente sulle prestazioni lavorative, che tendono dunque a peggiorare.

Bisogno di essere apprezzati e giudicati equamente: tutti vorremmo essere trattati giustamente, essere apprezzati e possibilmente premiati. Non c’è nulla di male, ma se la nostra visione del lavoro si basa su questo, rischiamo che ogni critica ci renda frustrati. Senza saperlo, corriamo il rischio che i pensieri negativi si generalizzino, facendoci arrivare a credere che non esista alcuna giustizia e che nulla vada come dovrebbe. Potremmo arrivare al punto di attuare condotte passivo aggressive come rimandare i compiti o svolgerli svogliatamente e con scarsa accuratezza. L’effetto più negativo di tutti è che saremmo consapevoli del nostro comportamento, cadendo così preda di preoccupazioni aggiuntive.

Perfezionismo: consiste nel timore di non dare il meglio, paura che spesso ci spinge a lavorare più del dovuto e a trascurare gli affetti, il tempo libero e noi stessi. Investire tutto nel lavoro, peggiorando la qualità delle relazioni familiari e interpersonali, farà in modo che le gratificazioni che riceviamo dal lavoro non potranno compensare il malessere causato dal non ottenerne altrove. Come se non bastasse, rischiamo una sindrome da burn-out, cioè un esaurimento emotivo e nervoso, che oltre a peggiorare la nostra salute ci farà sentire dei falliti nell’unico campo nel quale abbiamo investito tutte le nostre risorse.

Declino del senso di comunità: per senso di comunità si intende il senso di collaborazione costante fra individui, volto al raggiungimento di fini, valori o attività comuni. Gli elementi costitutivi del senso di comunità sono: i confini dell’identificazione, che consentono di definire chi fa parte e chi è escluso dal gruppo; un sistema condiviso di simboli, che rafforza confini e coesione; la sicurezza emotiva che consegue all’avere legami significativi con persone e territorio; l’investimento personale, cioè il contributo che si dà alla comunità. L’assenza di partecipazione a una comunità al di fuori dal contesto lavorativo ci rende vulnerabili, enfatizza le nostre insicurezze, radicalizza le ansie. Sia perché manchiamo di un sostegno nei momenti difficili, sia perché potremmo sviluppare la malsana convinzione che i nostri bisogni personali possano essere appagati solo dal lavoro.

Cosa fare?

Per sconfiggere ansie e preoccupazioni è necessario volersi bene e prendersi cura di se stessi. Ecco, di seguito, alcuni consigli utili:

  1. Concentrarsi su quando è utile e quando no, preoccuparsi del lavoro. Potremo così separare le preoccupazioni concrete, sul presente, da quelle astratte, per un futuro ignoto e lontano. Avremo quindi la possibilità di concentrarci sulle situazioni nelle quali oggi possiamo intervenire.
  2. Accettare la realtà, senza opporci al cambiamento. Percepire una situazione come incerta o ingiusta può provocare sentimenti di ansia o rabbia che vengono spesso soffocati o affrontati tentando di opporsi ostinatamente all’evento che le ha procurate anche quando questo si rivela controproducente.
  3. Ragionare sul nostro modo di pensare e metterlo in relazione con la sensazione di malessere. Spesso infatti non è tanto una situazione in sé ad essere negativa, ma sono il significato che le attribuiamo e il tipo di ragionamenti con cui la valutiamo.
  4. Ridimensionare la paura delle critiche e del fallimento. Concentriamoci sul positivo e sui comportamenti che hanno buone probabilità di successo. Consideriamo delle alternative al lavoro attuale, rispettando le nostre aspirazioni e la realtà del mercato del lavoro.
  5. Coltiviamo il nostro senso d’appartenenza alla comunità. Investiamo sulle relazioni interpersonali, sulla partecipazione ad attività di interesse collettivo che ci consentano di sperimentare un sentimento d’appartenenza esterno al lavoro e di soddisfare bisogni personali altrimenti inappagati.
  6. Utilizziamo le emozioni come un segnale, come un feedback dal quale trarre suggerimenti sulle decisioni o sui comportamenti da attuare. Non utilizziamole come causa delle nostre preoccupazioni.