Fuori sede vs. nativi

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I fuori sede si aggirano per le strade del centro di Perugia negli orari più disparati. Li riconosci, hanno una luce diversa negli occhi. I fuori sede sono quelli che sono riusciti a scappare dalle loro città natali verso una nuova meta, con un desiderio di novità, di rivoluzione, di indipendenza. Ed ecco che la loro indipendenza si manifesta nell’uscire di casa con qualunque condizione meteorologica, conquistare interi locali, vie, quartieri ed essere sempre gli ultimi a tornare a casa quando ormai è mattina, e i perugini stanno per alzarsi per andare a fare colazione in cucina (mai al bar, la loro casa ha già tutti i comfort necessari).

C’è tutta un’altra energia nel viversi una città da “turista” o quanto meno nuovo abitante che ha ancora tutto da scoprire, rispetto a chi tra quelle mura, tra quelle strade ci è cresciuto e conosce a memoria ogni singolo san pietrino, togliendo l’emozione anche al monumento più bello.

È normale no? Se abbiamo sempre la bellezza negli occhi a un certo punto non riusciamo più a distinguerla.

Ho sempre provato una certa “invidia” verso i fuori sede, perché la loro carica è davvero ammirevole. Non stancarsi mai, aver sempre voglia di socializzare e fare nuove amicizie, quella fame di riempirsi il proprio bagaglio culturale di esperienze. Neanche le salite del centro e i corridoi del vento sembrano spaventarli, i fuori sede – che nella loro città non fanno neanche 10 metri senza prendere la macchina – nella città universitaria hanno un’autonomia giornaliera di 15km a piedi e mal che vada penseranno di fare l’autostop. Faresti mai l’autostop nella tua città? Ecco. Tant’è che io stessa, da perugina, sono amica di molti di “loro”. E guardate che non è semplice: i fuori sede stanno con i fuori sede, non vogliono davvero integrarsi e diventare “del posto” perché i nativi gli toglierebbero quell’entusiasmo con cui affrontano tutto, la convinzione che ogni loro sogno si avvererà.

E da perugina doc estimatrice di chi decide di buttarsi e si trasferisce in un’altra regione per fare i migliori studi, ottenere il lavoro desiderato, inseguire il proprio sogno, mi sono trasferita anch’io. Da tre mesi vivo a Roma e inizio a capire tanti retroscena della tanto ambita vita di quelle creature mitologiche che per anni ho osservato sfilare carismatiche per le vie della mia città.

Il problema principale riguarda l’alimentazione. Vista e considerata la scomodità della mia cucinetta tre metri per uno l’idea di cucinare piatti elaborati non mi passa neanche nell’anticamera del cervello, un lungo e stretto corridoio dove per starci in due devi avere davvero molta confidenza con l’altra persona, perché lo strusciamento è inevitabile. Inoltre i costi esorbitanti del supermercato (perché da ovunque tu venga e ovunque tu vada ti sembrerà sempre che i prezzi siano molto più alti?) mi hanno portata a selezionare 4-5 pasti a basso costo che alterno nella mia dieta come se così fosse bilanciata: uova sode, ceci e lenticchie, bastoncini di merluzzo, cordon bleu se in offerta. Facili, veloci, nutrienti. E poi solitamente ci si affianca una zucchina o una carota cruda per poter mentire ai nostri genitori dicendo che ci stiamo prendendo cura di noi stessi.

E poi anche volendo giocare a fare Masterchef mancherebbero gli utensili, i macchinari, il frullatore. E visto e considerato che il frigo e la dispensa devono essere equamente divisi tra tutti gli inquilini, nessuno può permettersi di avere una varietà di cibo in casa abbastanza ampia da improvvisare una ricetta gustosa se ti prende la voglia. I perugini o i romani, quelli veri, loro sì che hanno un bel frigo pieno. Io lo definisco “frigo vero”. Il frigo finto invece è quello che quando lo apri trovi un tubetto di maionese mezzo spremuto, l’insalata che è lì da così tanto che si è sciolta e sta ritornando humus e uno yogurt alla fragola perché comunque è frutta. Il pane è finito ma se guardi bene in fondo alla credenza dovrebbe essere rimasto un pacchetto di cracker.

Ecco questa più o meno è la mia cucina a Roma. Non abbiamo neanche abbastanza tazzine da caffè per tutti.

Ma anche se il mio ecosistema interno si sta lentamente deteriorando a causa del cibo spazzatura che gli faccio ingurgitare ogni giorno (sapete cosa significa per chi viene dalla campagna ritrovarsi un McDonald a 1km da casa sia verso destra che verso sinistra?), c’è una cosa che adoro delle grandi città dove nessuno ti conosce. Uscire in pigiama. Trovo che non ci sia niente di più liberatorio che andare in ciabatte a fare colazione al bar (perché è finito anche il latte) e allungarsi dal panettiere con la maglietta di pile a righe che sbuca dal bavero della giacca.

Forse è quel brio lì, quella sensazione di non avere confini dettati dalla società e di poter essere chiunque vuoi in qualunque momento tu voglia, che fa brillare così gli occhi dei fuori sede.

Anche se casa è casa.

Jaele Fo