Franco Arminio e l’arte di apprezzare le piccole cose

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Sembra una roba pronunciata da incurabili ottimisti troppo poco razionali.
“Cogli i dettagli di ciò che ti circonda, fatti curare dall’inaspettato e dal quotidiano”.
L’infinità del non-scoperto ci scivola addosso in modo invisibile. Se i nostri problemi un po’ asettici fossero solo una parte infinitesimale di un mondo inesplorato? Una parola inaspettata può avere la forza di risanarci? Non è semplice. Ma vale la pena fare un tentativo.

“Abbiamo un problema in questa nostra epoca”, ci confida Franco Arminio all’ultimo incontro di Assisi OnLive, “siamo sempre in gruppo ma se uno è felice è felice per conto suo. Se è triste lo è da solo. E questo è un grande problema. Ci perdiamo un sacco di cose”.
In un luogo non casuale, la Pro Civitate Cristiana di Assisi (dove prese forma Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini), Franco Arminio veste i panni di un confidente gentile.

L’ingresso è caotico e dolce. Apre lo zaino: è pieno di libri. Ne tira fuori uno dopo l’altro. Ci guarda e confessa di non avere un copione. I poeti non li hanno. O almeno non lui. Sfoglia libri, uno dopo l’altro, li cambia, li ripone a terra e li riprende con un fare frenetico e controllato allo stesso tempo. “Sono un ipocondriaco convinto. Fino a qualche anno fa non riuscivo neanche a parlare in pubblico”, ci spiega mentre cerca un punto da cui partire.
“La morte non ci insegna a morire. Ci insegna a stare in mezzo alle cose”. Ecco il tanto atteso inizio.

E continua, con disordine organizzato, a sfogliare, cercare parole, parole per noi, che siamo diversi dal pubblico di un altro luogo. Franco Arminio per noi ha scelto così. Parlare della morte innesca una catarsi dal terrore che tutti, inutile negarlo, ne abbiamo. In un tempo superficiale e quotidianamente funebre avvertire connessioni è il più salubre dei palliativi. Questa è la semplice verità, tanto vale scenderci a patti. Tutti sapevamo che la persona al nostro fianco, quella mai vista o più conosciuta, stava intraprendendo i nostri stessi pensieri. E così, grazie a questa sinapsi collettiva, la lieve alienazione un po’ narcisistica, fisiologica in ognuno di noi, si è sgretolata in pochi minuti. Franco Arminio non ha semplicemente iniziato, ha innescato. La poesia deve far metabolizzare l’universalità delle cose. Quando adempie al suo compito può ritenersi vera. Quando è vera, funziona. Quando ci si ritrova spettatori di qualcosa di vero, bisogna esserne grati. E si passa, a battito d’ali, da un argomento all’altro.

“La poesia è importante. Così importante che tutti dovrebbero avere almeno un libro di poesie a casa. Ognuno di noi dovrebbe offrire una poesia nel luogo più inaspettato e alla persona più insolita. Quando vai dal benzinaio, lui tanto deve metterti la benzina, gli dici ‘salve, posso offrirle una poesia?’. E quello mica dice no. Una donna torna a casa dal lavoro e invece di chiedere al marito come sta gli offre una poesia, così, dal nulla. La stessa cosa fa lui, a cena magari. Si starebbe meglio”.

Si cambia di nuovo: è il turno della geografia, quella desolata e nascosta. All’amato tema degli Appennini. Franco Arminio vive dov’è nato. Comprende e si immedesima perfettamente in una realtà come quella umbra. Chiunque viva in un borgo o in un paese, chiunque almeno una volta nella vita abbia creduto di essere rimasto fuori dal mondo rimane un po’ stordito e imbambolato ascoltando queste parole. “La parola di Dio mi viene più in mente nei paesi, non nelle città. Qualche volta, non tante, mi è capitato di sentire un filo di sacro nei posti più lontani, nell’Appennino. Dove non va nessuno. Qui la terra sembra un popolo, un altare di ginestre e cardi. Gli Dei ci sono ancora. Hanno casa nei sassi, nelle spine, in tutte le cose stese al sole”.

Bisognerebbe smettere, infine, di essere eterni scoraggiatori, eterni cinici, eterni narcisisti. “Bisogna evitare chi scoraggia di professione. Chi dice che non va bene nulla. Sono esseri insoddisfatti e che inondano gli altri delle loro frustrazioni”. Il vero rivoluzionario non aggiunge, toglie il superfluo. Questo nostro mondo narcisista manca di gentilezza, di relazioni e accettazione. “Ma il poeta non può starsene appollaiato nel suo splendido isolamento. Il poeta deve essere empatico. E io, di poeti empatici, ne conosco pochi, forse uno o due. Al barbone o alla donna che fa l’elemosina, a questi devi stringere la mano, mica puoi metterti a fare citazioni!”.

Bisogna trovare il coraggio di amare senza vergognarsi, di ammirare la bellezza e le imperfezioni. Bisogna essere forti abbastanza per imbambolarsi sulle piccole cose e ricavarne una spiritualità. “Non posso dire di essere felice. Non posso davvero. Ma posso dire che se una mattina va tutto male mi basta una parola inaspettata per riscoprire la gratitudine e la meraviglia. Di questo posso accontentarmi”.

Stella Bastianelli