Diari di quarantena #22 – Nicole Bonamici

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Nome: Nicole Bonamici
Anni: 23
Nata ad Assisi
Residente a Perugia
Domiciliata a Milano
Professione: daydreamer

Barletta, 8/04/2020

Sono saltata su un treno in partenza dalla stazione di Perugia il giorno in cui il Presidente Conte ha esteso la quarantena a tutta l’Italia.
Pascal diceva: “l’amore conosce le se ragioni che la ragione non conosce”.
Ovviamente io non ragiono mai, agisco d’impeto e vivo del carpe diem.
Dopo 8 ore di viaggio ero a Barletta tra le braccia del mio ragazzo.

Mi chiamo Nicole, è un nome quasi “fuori dall’ordinario”, spesso la gente mi chiede perché ho un nome così e se sono italiana. Vorrei dire loro che non lo sono affatto, non lo sono mai stata, sono una cittadina del mondo io, viaggio ma ho paura di perdermi e alla fine poi, riflettendoci, rispondo sempre che sono umbra d’origine, così almeno pensano che sono normale e magari anche patriottica e io glie lo voglio far credere.
Spesso la gente grida il mio nome solo quando sono nei guai o quando mi distraggo, quando mi incontra la prima volta o con bacio all’italiana sulla guancia.
Ho 23 anni, dentro me ne sento minimo 27 seguendo lo stereotipo di quel che pensa, ipoteticamente potrebbe pensare, una ventisettenne; forse potrei darmene di più. Ho addosso gli anni di mia mamma, di mio fratello e tutti quelli in cui mio padre non c’è stato.
Per gli altri sono costantemente un aggettivo o un verbo ai quali si aggiungono, costantemente, “troppo”: studi troppo, leggi troppo, sei asociale (naturalmente, troppo), aiuti il prossimo troppo, sei forte (ovviamente, troppo).
Mi piacerebbe essere abbastanza, amare abbastanza, credere abbastanza; è una mezza misura, quella per le persone insicure, puoi decidere se sì oppure no.
Mi sono sempre trovata nella conseguenza e mai nella scelta, ho dovuto vivere nelle decisioni degli altri facendomi piacere ciò che ho sempre odiato.
Adattarmi.
Ho costruito nella solitudine il mio poter e voler essere felice e lo faccio da talmente tanto che quando credo di esserlo, mi chiedo sempre se sia nel giusto o se questo giusto l’abbia scelto io e non qualunque altro.
Mi piacciono gli inizi, il caffè con due di zucchero, il profumo del bucato, i viaggi folli.
Mio padre mi ha sempre detto di cavarmela da sola, di farcela da sola, viaggiare da sola, uscire con gli amici per poi tornare a casa da sola: devi farcela Nicole; lui era forte, vorrei tanto essere come lui, una roccia, uno che della forza ne ha fatto una scelta. Io della forza non ne ho ancora fatto necessità, mi sento bene così, perlomeno credo.
Mi piacerebbe aggrapparmi alla maglietta di qualcuno, scivolargli tra le braccia e sentirmi tranquilla, protetta, scomparire. Di braccia non ne ho mai viste troppe ma ne ho sempre date, intorno alla vita, per riuscir a dare più sicurezza di quante ne servisse a me.
Amo l’inverno che è fatto per le persone insicure, introverse, che amano nascondersi, che vedono tutto ma senza farsi accorgere, percepiscono tutto sulla pelle anche tra i sei strati di magliette e felpe alla fine; un modo d’essere.
Gli altri mi dicono che immagino troppo, costruisco troppe promesse su chi non ne manterrà mai neanche mezza, insomma, ottimista nonostante tutto.
In pratica costruisco castelli di carta su persone fatte prevalentemente d’acqua. Ho tentato, a stento, a omologarmi, normalizzarmi, tagliare le spine alla mia rosa, così da potermi avvicinare e, soprattutto, farmi avvicinare.
A me piacerebbe restare, conoscere, scambiarsi i messaggini a mezzanotte, trovarsi in università, la sera ti passo a prendere e ti porto via, anche solo due ore, ridere, sudare, fotografarsi, viaggiare e prendersi per il culo, abbracciarsi, farmi veder piangere, raccontare della mia tristezza contagiosa, scomparire finalmente in qualcuno a cui non devo più braccia ma solo lacrime. A me piacerebbe amare ed essere amata.
Forse, come sempre, immagino troppo.

Oggi sono 30 giorni che vivo della mia scelta. Sono rimasta bloccata in Puglia con la famiglia del mio ragazzo.
Ho perso il lavoro, sarebbe stato il mio primo tirocinio e non vedevo l’ora di cominciare.
Ho saltato tutta la sessione di esami perché la mia costosissima università privata a Milano non è in grado di farmeli fare online.
Ho dovuto continuare a pagare 600 euro di affitto a Milano, pur non potendo tornare nel mio appartamento e pur non riuscendo a permettermelo economicamente.
Ho dovuto rinunciare a laurearmi a luglio e forse anche a settembre.
Oggi sono 30 giorni di depressione e di rinunce, ma anche di adattamento a cose nuove.
Ho imparato a costruire e ricostruire i rapporti con persone nuove e con la mia famiglia che ho abbandonato a Perugia per un amore.
Ho imparato a trovare soluzioni a problemi che sembrano insormontabili.
Ho imparato a cucinare ricette umbre per farle assaggiare a questa famiglia pugliese.
Ho imparato ad apprezzare le piccole cose e a disiderare anche solo di poter mangiare una pizza con le mie amiche che davo quasi per scontate.
Ho imparato che l’amore, anche se vissuto costretto nel quotidiano, può aiutare a conoscersi e a capirsi meglio e più profondamente di prima.

Quando il mondo ti casca addosso e ti senti schiacciare, soffocare quasi, quando perdi ogni speranza e tutti i tuoi sogni si infrangono, quando ti addossi colpe e responsabilità non tue… é allora che devi alzarti e combattere.

Italiani, oggi sono 30 giorni di sofferenza e di preoccupazione, ma dopotutto domani è un altro giorno.

 

Nicole Bonamici