Diari di quarantena #16 – Elisa Pasqualoni

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Grafica di Sasha Todini

Diari di quarantena – La vostra quotidianità ai tempi del coronavirus 

Elisa, una moderna Cassandra a Parigi

Elisa Pasqualoni
anni 42
nata a Perugia
vive a Parigi
professione medico

 

Giro con un quadernino in borsa da un po’, l’ho preso per annotare soprattutto i sogni, che si fanno densi di questi tempi ma sfuggenti coi risvegli notturni ancora frequenti per via dei figli piccoli. E dell’angoscia un po’ più a fior di pelle. Ho preso un quadernino perché mi piace un sacco scrivere con la penna, soprattutto stilografica. Il problema è che non riesco a fermarmi e per scrivere, per raccogliere le idee bisogna posarsi e fare silenzio e a me sembra che, paradossalmente, il silenzio mi manchi di più in questo periodo di confinamento. In particolare a me che faccio il medico ospedaliero a Parigi, o meglio a Saint Denis, nella banlieu più povera di Francia.

La mia quarantena è speciale perché ho la libertà di muovermi. Da quando Parigi è raccolta nelle case le strade sono miracolosamente vuote e io ho una macchina prestatami dalla nonna di un mio specializzando. Madame est confinata in casa, ha 93 anni e una cataratta bilaterale, in fin dei conti è meglio che la macchina la usi io… È una FIAT Panda (il karma ) e ho scovato una radio rock perché la mattina andando al lavoro mi dà un po’ di carica visto che il cappuccino manca prepotentemente. La mia quarantena è iniziata ufficialmente il 16 marzo dopo l’annuncio spettacolare e con toni bellici del presidente Macron: “Nous sommes en guerre, nous sommes en guerre”. L’ho odiato. La mia quarantena era però iniziata ufficiosamente con la quaranatena italiana quando qui in Francia la vita scorreva tranquilla tra un aperitivo e progetti di vacanze che sarebbero sfumati di li a poco.

In quei giorni avevo l’impressione di essere finita in una bolla spazio temporale, una quarta dimensione che mi aveva scaraventato violentemente nel passato prossimo (15 giorni di décalage piu o meno). Oppure no, erano i miei amici, colleghi e famiglia in Italia che erano stati scagliati con violenza nel futuro. In ogni caso per la prima volta i tempi non coincidevano e avevo dentro tutti i sintomi della schizofrenia. Parlando coi colleghi francesi che venivano a sincerarsi con gentilezza e circospezione della situazione dei miei cari in Italia mi ritrovavo nei panni di una rediviva Cassandra. Ero sconcertata e mi chiedevo come fosse possibile questo diniego. Meccanismo di difesa, pensavo, e mi consolavo al telefono con le altre amiche emigrate come me, incredule come me, un po’ incazzate come me, tutte Cassandre come me.

Poi finalmente i tempi hanno ripreso a coincidere, il sentimento di schizofrenia è passato ed è arrivato il tempo dell’angoscia. L’ospedale in cui lavoro (come tutti gli ospedali) ha totalmente sconvolto le sue dinamiche, le sue priorità, sette nuovi reparti Covid sono sorti nello spazio di una settimana, la rianimazione ha triplicato i suoi posti letto, le unità di crisi e le riunioni moltiplicate. Abbiamo cambiato la maniera di lavorare cento volte nello spazio di una settimana, in pochi giorni ci siamo riadattati e abbiamo imparato a lavorare con mascherine , guanti e visiere. Abbiamo imparato gesti ossessivi per ridurre i rischi della contaminazione. Abbiamo creato gruppi WhatsApp per condividere bibliografia, metodi, note organizzative. Abbiamo dovuto imparare una medicina nuova, abbiamo incontrato da vicino questo nuovo Coronavirus, i malati hanno iniziato a sovrapporsi nelle nostre teste: stesso quadro clinico, stesse immagini alla Tac, stessa vertiginosa capacità di aggravarsi nello spazio di poche ore. Niente rompicapo per noi internisti, diagnosi fatta senza alcuna difficoltà. Nessuna cura certa. Poi piano piano abbiamo imparato a conoscerci un po’ meglio, a tentare delle strategie diverse, a entrare in qualche protocollo clinico. L’angoscia si é calmata e la curiosità scientifica é tornata a fare capolino da lontano. Il silenzio che si è impadronito delle strade di Parigi, delle sue terrazze e dei bar vuoti è diventato inversamente proporzionale al rumore dei pensieri, delle notifiche WhatsApp dell’ultimo articolo, delle mail quotidiane con lunghi pdf pieni delle attività inviate dagli insegnanti della scuola materna dei miei figli, delle decisioni da prendere per poi rientrare a casa la sera e dopo la doccia catartica e la decontaminazione delle chiavi e del telefono e riabbracciare i bambini.

Anche questo ha fatto parecchio rumore in testa: mi isolo a casa di una collega o resto coi bimbi e Julien? È durato lo spazio di una notte, il tempo di una telefonata all’amica di sempre con cui stilare liste dei pro e contro. La scelta è fatta, in realtà senza troppi conflitti, la scelta di conservare una nicchia di normalità nel tempo del paradosso. Allora resto a casa con la mia famiglia. Dal 23 aprile i miei bimbi saranno accolti a scuola in piccoli gruppi da maestri volontari disponibili per le famiglie del personale ospedaliero.
Ricominceremo di nuovo, ci adatteremo di nuovo. Sapevo di essere abbastanza elastica ma questa pandemia ha richiesto qualche capriola in piu. E mi ha fatto riscoprire l’ospedale, questo microcosmo, piccola società nella società, mi ha dato la conferma di quanto sia fortunata a fare il lavoro che mi piace in un luogo così privilegiato. Ci sono stati momenti anche lunghi in cui mi sono persa. Ho fatto il liceo classico, da piccola volevo fare la scrittrice (come tante bambine innamorate di Jo March), mi piacevano da morire la lingua e la tragedia greca. In ospedale di tragedia ce n’è molta, ma quanta commedia anche e quanta vita! L’ospedale è un luogo di vita e viverlo al tempo del Covid è una gran fatica ma sicuramente un privilegio. Si sono moltiplicate le manifestazioni di affetto e solidarietà, non credo di aver mai mangiato bene come in questo periodo con gli chefs étoilés che ci portano pasti gratis (sono nel Paese giusto per mangiare bene!).
Ecco, tutto questo dopo il Covid finirà e va bene così. Spero solo che le persone che ci applaudono tutte le sere alle 20 dalle loro finestre la prossima volta che saranno chiamate a votare si ricorderanno che la scuola pubblica, la pubblica ricerca e la sanità pubblica sono beni preziosi ai quali una società se vuole dirsi civile non dovrà mai rinunciare, beni da proteggere, costi quel che costi.

La mia quarantena è speciale e faticosa e lontana dal mio Paese oltre che dalla mia famiglia d’origine. Quest’anno per varie circostanze ho saltato l’appuntamento natalizio con l’Italia e l’ho rimandato ad aprile: c’erano una gita a Venezia a trovare dei cari amici e la Pasqua a Perugia in programma. Non lo so quando potrò saltare su aereo per rientrare a casa ma aspetto questo momento come voi che mi leggete, sono certa, state aspettando i vostri momenti. I nostri momenti arriveranno prima o poi. E la gioia più grande sarà di nuovo, ne sono sicura, prendersi fra le braccia.

 

Grafica di Sasha Todini