Diari di quarantena #15 – Jacopo Santoro

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Grafica di Sasha Todini

Diari di quarantena – La vostra quotidianità ai tempi del coronavirus

Quarantena, giorno ????

Jacopo Santoro
anni 25
nato a Terni
vive a Padova
professione studente

 

Questi giorni sono una sospensione, e in quanto tali è giusto scompaiono per essi referenti temporali quale quello del giorno in cui queste parole sono state scritte (che modo elaborato di giustificare la mia atavica incapacità di ricordare le date d’avvio degli eventi della mia vita e la pigrizia che m’impedisce d’aprire il calendario che campeggia in basso a destra dello schermo). Sospensione dicevo, o ritorno a un paradigma di vita che credevo di aver accantonato circa dieci anni fa, seguendo il quale passavo le mie giornate tappato in casa leggendo o consumando videogiochi di dubbio valore ma ad altissima capacità d’intrattenimento. Erano giorni, quelli, in cui il futuro, la vita adulta in società, mi sembrava così lontano da potermi permettere d’ignorarlo, di farlo arrivare senza alcun bisogno che io mi muovessi verso di lui, di lei.
Questi giorni sono uguali, ma la vita stavolta è tremendamente vicina: burocraticamente parlando, appena sei mesi dovrebbero separarmi da essa. Eppure, forse complice il fatto che mi sono ritrovato in questa situazione nella mia casa di sempre (e con la mia madre di sempre, così poco propensa a lasciarmi incombenze materiali; incredibile come arrivi a espletare prima di me qualunque mansione casalinga), sembra che di nuovo sia scomparso dal mio orizzonte percettivo quel futuro per il quale in cinque convulsi anni di università ho riempito le giornate di studio fino a quasi non lasciarmi respiro alcuno.
Ma in fondo, questo stravolgimento, questa epochè forzata, non mi dispiace poi tanto. Non sono più stato entusiasta del mondo che mi circonda da quando passai il confine delle elementari probabilmente, ma un modo per venire fuori annaspando dalle sue onde scure lo ho sempre, bene o male, trovato. E alcune delle boccate di ossigeno che sono riuscito a inalare in questi attimi li custodisco ancore come i più bei ricordi della mia vita. Ma nell’ultimo anno, forse perché sarebbe stato quello che avrebbe terminato il fine di una parte della mia vita, era sopraggiunta una stanchezza irrimediabile, non avevo più voglia di nuotare contro le correnti, perché avevo la sensazione che l’aria che mi aspettava fuori sarebbe stata sicuramente viziata.
Non riuscivo più a farmi andare bene i compromessi verso il mondo che finora avevo preso per sopravvivere. Non mi piaceva più correre, non mi piaceva più riempire ogni singolo attimo della mia vita per rimanere al passo con tutto. Ecco, il momento di riposarsi, un letargo forzato è arrivato, e, forse con tardo adolescenziale irresponsabilità, mi sento di salutarlo non troppo a mezza bocca. Avevo bisogno di questa parentesi, anche per tornare a scrivere come non facevo da mesi. Avevamo forse tutti bisogno di fermarci a riflettere e riconsiderare il mondo che stavamo costruendo per abitarlo.

Una cosa però di questa sospensione riesco a sopportare davvero poco. L’assenza della corporeità. Il virus ci ha costretto a murare i nostri corpi, a guardare cieli di cemento e stelle a risparmio energico. Una perdita enorme per uno che come me questa dimensione l’ha scoperta forse tardi, dopo due decenni in cui ha sempre privilegiato un approccio linguistico-testuale alla realtà, ma che l’ha trovata in tutta la sua travolgente potenza. Mi mancano le montagne, i boschi e i torrenti soprattutto. Mi manca sentire la vita che mi permea senza alcun filtro mediatico. Ma fuori i torrenti gorgogliano ancora, gli alberi rifioriscono e il sole stende più lunga la sua presenza a farci compagnia. Toccare con una schiena sdraiata il parquet non è toccare il manto erboso di un declivio, ma non dimentichiamoci dei nostri corpi, e presto arriverà il momento che torneranno a farci da tramite al mondo, quello vero, quello che forse troppo a lungo abbiamo dimenticato e che ora con la sua assenza chiama a ricordarci della sua necessaria presenza, fuori dal cemento e dalle città. Il mondo è ancora là, e ci aspetta rinnovati.

(Questa pagina non vuole in alcun modo trovare una teleologia al virus, indicarlo come il meritato castigo divino o naturale che dovrebbe farci riflettere e cambiare approccio al mondo. Solo, questo virus senza scopo ci dà un’opportunità, di questo ne sono convinto, di darci da noi stessi una nuova teleologia, e, chissà, magari di ripartire imboccando un sentiero più faticoso e più bello di quello in cui andavamo arrancando per la troppa velocità).

 

Grafica di Sasha Todini