Diari di quarantena #14 – Matteo Tacconi

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Diari di quarantena – La vostra quotidianità ai tempi del coronavirus

 

Matteo Tacconi
anni 42
nato a Perugia
vive a Jesi
professione giornalista

La mia quarantena è iniziata qualche giorno prima dei decreti sul lockdown. Sara, la mia compagna, lavora in ospedale. È pediatra, dunque il suo reparto è più tranquillo di altri. Non certo neutro, però. Così, considerando che in quei giorni lei e le colleghe non avevano nemmeno le mascherine in dotazione, abbiamo pensato di cautelarci. E cautelando noi, abbiamo voluto cautelare parenti, amici nostri e amici di Giacomo, il nostro primo figlio. Riccardo, il secondo, ha dieci mesi.

Sara è tornata al lavoro il primo marzo, avendo esaurito il periodo di maternità. Per forza di cose, la mia è soprattutto una quarantena da papà. Trascorro una mezza giornata piena con i figli. Quando Giacomo era piccolo mi sono molto dedicato a lui, sacrificando un po’ il lavoro. Mi ero ripromesso che con Riccardo sarebbe stato diverso; che avrei bilanciato meglio giornalismo e ruolo paterno. Ci ha pensato la pandemia a scomporre tutto. E quindi eccomi qui, con i figli. Avevamo trovato una baby sitter, anche brava, ma per qualche settimana abbiamo pensato che fosse bene non chiamarla, e lei stessa ci ha fatto capire che era meglio così.

Riccardo assorbe molte energie, pertanto non riesco a dedicare a Giacomo il tempo che meriterebbe. Sa cavarsela da solo, ma è un po’ lasciato a se stesso. Non ce la sentiamo di dirgli di leggere, disegnare o fare cose impegnative, che pretendono concentrazione. Già i compiti non sono pochi. Da qualche tempo Giacomo accarezzava – anzi accarezzavamo – l’idea di comprare la Xbox o la Play Station. Del resto va bene a scuola, è un bambino responsabile. Un premio ci vuole. Data la pandemia, la clausura e la routine, abbiamo forzato sui tempi. Xbox, un solo gioco: Fifa 2020. Tanto è patito di calcio. E via, un paio di ore al giorno non gliele toglie nessuno. Quando posso gioco con lui.

Anni fa passavo molte serate a sfidare alla Xbox o alla Play i miei amici Simone Rossi e Giovanni Dozzini, che conoscete molto bene. Ora me la vedo con Giacomo, e per certi versi è un tuffo indietro nel tempo. Evito la parolacce, a ogni modo. Ci provo, almeno. Ogni tanto sono necessarie. Calcio, uomini, parolacce. E come una volta, ecco il dolore ai polpastrelli e la frustrazione per le sconfitte. Giacomo mi batte spesso, ha talento. Io come al solito cerco i bei fraseggi a centrocampo, ma non so affondare.

Riccardo che ogni giorno ti stupisce un po’, le partite alla Xbox, qualche altro momento simpatico tutti e tre insieme, e poi ovviamente anche con la mamma, quando torna dall’ospedale. Stare con i figli non è noioso, sarei disonesto se pensassi questo. Ma faticoso sì, molto. La giornata, già lunga, diventa infinita. Non vedo l’ora che dormano, così io e Sara guardiamo una serie Netflix. Mi capita spesso di collassare sul divano. Non una gran vita, eh? E povera Sara.

Provo un certo fastidio per tutta questa bulimia creativa da coronavirus. Fotografi che fotografano la gente che passa sotto le loro finestre, e pensano che sia un progetto.
Fotografi che fanno corsi di fotografia online. Giornalisti che scrivono i loro diari dalla
quarantena sui giornali per cui lavorano o su Facebook, e scrittori che già pubblicano libercoli su come il virus ha cambiato il nostro modo di vivere, il mondo, la prospettiva. E poi c’è questo linguaggio bellico. Commando anti-virus, nemico invisibile, task force, medici in trincea. Mah.

Parliamo dei medici, già che ci siamo. Francesco Merlo, firma di Repubblica, ha scritto che una volta gli italiani si riconoscevano nel tricolore, oggi lo fanno nel camice bianco. Forse non ha usato proprio queste parole, ma il concetto era questo. È mai possibile, dico? I medici, che fino a ieri si prendevano una denuncia per qualsiasi cosa e dovevano assicurarsi, ora diventano eroi. Invece che glorificarli facciamoli lavorare bene, in condizioni di sicurezza. L’apologia della divisa-camice sposta il nocciolo del problema.

Io aspetto, non ho molta voglia né intenzione di essere produttivo, men che meno creativo. Il mio lavoro lo faccio solitamente sul campo, nel senso che vado in un posto, filmo, registro, torno e produco: radio, tv, giornali. I confini sono chiusi. Ci vorrà un po’ per rimettersi in moto. Aspetto, incasso i 600 euro e intanto penso al futuro. Sono certamente preoccupato. Quando si ripartirà ci saranno condizioni diverse rispetto a prima. Voli più costosi, magari, e nuove attrezzature da acquistare (aste per microfoni per mantenere la distanza di sicurezza sociale durante le interviste). Prodotti per disinfettare sia le nuove che le vecchie. E magari un po’ di quarantena forzata, quando andrò all’estero. E chi me la pagherà? Senza contare che crollerà la raccolta pubblicitaria, e quindi il mondo dell’editoria avrà ancora meno soldi.

Ogni tanto scrivo un pezzo per un giornale o un sito. In qualcuno dei Paesi dell’Est che seguo, la pandemia è stata sfruttata dai governi per una stretta autoritaria. Il premier ungherese Viktor Orban si è attribuito pieni poteri, sospendendo il parlamento. Aveva già un potere immenso, senza contrappesi. Ora è teoricamente illimitato. Vedremo come lo adopererà. In Polonia, Paese per il quale ho un debole, si faranno le presidenziali del 10 maggio. I populisti, che governano da cinque anni, vogliono confermare il loro uomo a palazzo, Andrzej Duda, e pur di farlo hanno forzato una legge sul voto per corrispondenza. A quanto pare, i postini potrebbero scioperare. Pensano che portare le schede sia un rischio troppo alto. Situazione quasi da romanzo.

Sono preoccupato per le tendenze a Est, come per l’Europa in generale. Ho sempre creduto, e credo ancora fortissimamente, nel progetto europeo. Un grande contenitore capace di amalgamare tante differenze, sfumature, percezioni, sensibilità, e di condensarle in compromessi capaci di spostare sempre più in là, anche fosse un mezzo metro, ma pur sempre in avanti, l’interesse comune. Da qualche anno questo schema non funziona più molto bene, e la crisi che adesso si prospetta rischia persino di incrinarlo ancora di più.

Ma l’Europa non sono solo i governi, con i loro giochi, i loro interessi, le loro forze e le loro debolezze. Siamo anche noi, i cittadini. Giorni fa mi sono iscritto a un gruppo Facebook, EU Solidarity Now, nato con l’intenzione di creare dialogo dal basso in un momento in cui quello dall’alto scricchiola. Con il trascorrere dei giorni questo gruppo ha spostato il focus sulle diversità. Italiani che accusano l’Olanda per la sua politica fiscale aggressiva, olandesi che ce l’hanno con l’indolenza degli italiani, greci che ricordano ai tedeschi quanto sono state pesanti le riforme a cui Berlino e il club del nord li hanno costretti dieci anni fa, o giù di lì. Gli italiani offrono la loro sponda. E tedeschi cercano di giustificare certe posture del loro governo, ma senza mai aggredire gli altri. I tedeschi sono sempre ossessionati dal modo in cui noi guardiamo a loro. Non vogliono passare per egemoni, cattivi, senza cuore. Il passato pesa ancora. Conosco abbastanza la Germania, ed è un paese che ammiro. Non mi esento dal criticarla, ma non credo che il problema dell’Europa sia principalmente a Berlino. La Germania non riesco ad averla in antipatia, nemmeno quando ci sfidiamo a calcio. Il 2-0 del 2006 è la partita della vita, finora.

Sto in questo gruppo Facebook, dicevo, leggo i post e amaramente penso: noi cittadini alla fine facciamo quello che fanno i governi, un gioco bottegaio e basso. Non esiste una società civile europea, non ancora. Ma può nascere, e per farlo è necessario lavorare sui giovani, nelle scuole. L’Europa la dobbiamo portare lì, senza esaltarla ma senza nemmeno sminuirla. È un progetto che ha prodotto risultati eccezionali. Cresce la disillusione, forse anche la voglia di disfarsene. Aspettiamo un attimo prima di buttarlo, dico.

Poco fa Giacomo e Riccardo dormivano insieme sul letto di noi genitori. Mi sono affacciato, li ho visti abbracciati e mi son detto: “Va bene così”. In fin dei conti un mese o due a casa, con questi due che non danno tregua, si può sopportare. Spero lo facciano anche loro, non è certo una situazione ottimale per i bambini, questa.

Qualche giorno fa – e qui chiudo – ho finito di montare una serie di lavori audio-video su Srebrenica, la cittadina della Bosnia Erzegovina dove nel luglio 1995 ci fu un genocidio. L’esercito secessionista serbo-bosniaco trucidò 8372 musulmani bosniaci di sesso maschile. Montando i lavori ho riascoltato tutte le interviste. C’è il peso ingombrante del passato, e ci sono le piccole cose quotidiane di queste persone, che in un contesto ancora molto duro, difficile, economicamente depresso, provano ad andare avanti, a costruire qualcosa, che sia aprire un’azienda agricola o cercare di guardare al passato evitando la contrapposizione frontale tra vittime e carnefici. E allora, pensando a questo, ai morti in Italia e in Europa, a migranti o senzatetto che sono ancora più vulnerabili, mi dico di nuovo: che saranno mai queste settimane dentro casa? Ogni tanto mi intristisco, ogni tanto l’umore va giù, ogni tanto vedo il premier Conte in tv e…boh. Ma per ora va bene così, e scrivere questo testo mi ha fatto bene. Una piccola terapia in fin dei conti, ma non un diario, perché i diari dei giornalisti in quarantena non li sopporto!

Illustrazione Sasha Todini