Diari di quarantena #12 – Chiara D’Atanasio

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Diari di quarantena – La vostra quotidianità ai tempi del coronavirus

Le pareti della nostalgia 

Chiara D’Atanasio
anni 26
nata a Assisi
vive a Praga
professione insegnante

Decido di scrivere l’11 aprile, perché è una data speciale, è il giorno del mesiversario con il mio ragazzo, lo stesso ragazzo ragazzo che, a seguito di una decisione importante per la mia carriera lavorativa, ho lasciato a Foligno per la terza volta. Certe volte penso di non meritarmelo un amore così sincero e bello, perché sono sempre stata pronta a partire per realizzarmi nel mondo del lavoro, senza trovare una buona soluzione per poterci vivere da vicino.

Ma non scriverei questo testo se l’11 aprile fosse solo la data di un mesiversario. Uno dei tanti, una ricorrenza un po’ adolescenziale e melensa; scrivo l’11 aprile perché penso a quello che sarebbe dovuto essere: mi sarei svegliata – probabilmente troppo presto rispetto all’orario in cui sarei andata a dormire – e avrei realizzato tutto quello che avrei
vissuto il giorno prima. Con tram e metro avrei raggiunto l’aeroporto Václav Havel, da cui sarei tornata per le vacanze di Pasqua, giusto in tempo per andare a Foligno, per assistere al concerto di uno dei miei cantanti preferiti, Colapesce, stavolta in coppia con Dimartino. Penso che lo avrei visto di nuovo, finalmente in una città che tanto mi ha dato – Patrick, ma anche ricordi di infanzia, giovinezza e adolescenza -, dopo tanti mesi all’estero. Avrei pensato sicuramente alle emozioni, alle canzoni cantate, ma di nuovo anche agli amici e alle persone che avrei incontrato. Avrei scritto un messaggio di “Buongiorno” a Patrick, rallegrandomi del fatto che la sera lo avrei visto davvero, e che la buonanotte ce la saremmo data dal vivo, con un bacio vero. Mi sarei alzata e avrei abbracciato mia mamma in cucina, inveito contro le urla esaltate di mio fratello, avrei rivisto mia sorella, e avrei bevuto il mio caffellatte con qualunque biscotto trovato
in dispensa. Avrei salutato il mio coniglietto con il solito entusiasmo che lo spaventa, avrei quasi pianto soffocandolo in un abbraccio. Soprattutto avrei passato la giornata a pensare al giorno dopo, impaziente di rivedere tutti i parenti che di solito affollano con risate, uova di cioccolato, e ancora urla esaltate casa dei miei nonni, dopo tanti mesi lontana. Avrei rivisto mio papà e Valentina, ci saremmo fatti grasse risate nella sala da pranzo sotto gli occhi dei tantissimi libri che riposano sulle mensole bianche della loro libreria.

Invece è l’11 aprile. Mi sveglio in un letto a soppalco a Vinohrady, uno dei quartieri più fighi di Praga, al primo piano di un palazzo. Niente concerto ieri, solo un film su Netflix, una videochiamata (una delle tante) e a letto senza musica, senza Patrick e senza i racconti degli amici (vicini)lontani. Devo prepararmi la colazione, ma non ci sarà nessuno ad accogliermi. Solo una piccola caffettiera che mi ha regalato mia nonna prima di partire per il mio secondo Erasmus: «Fuori mica lo fanno bene il caffè!», sento ancora la sua voce mentre me la mette in mano, una Bialettina rossa, ormai compagna di studi, lavoro e pause.

Penso a quando, l’ultima volta che ho visto Patrick, ancora non avevamo la percezione di cosa sarebbe successo a causa di questa crisi lontana, rimpiango con nostalgia l’ignoranza e la noncuranza. Sembrava un pericolo così lontano, e non un mostro da combattere in luoghi vicinissimi, a colpi di getti dell’acqua, del sapone, delle mascherine, Amuchine e con i distanziamenti sociali.

Sono in questa meravigliosa città in mezzo all’Europa per lavorare come insegnante di italiano come lingua straniera. Il lavoro che amo e che stavo perseguendo con successo e qualche soddisfazione. Da quasi un mese stiamo lavorando online. Sono sola, ma non lo sono davvero: le mie giornate si dividono fra le ore dei pasti, musica, letture, problemi
burocratici e di ogni sorta da risolvere. Sono costellate di studi grammaticali e didattici e lunghe conversazioni con gli studenti, fra un aggettivo/nome/vero accordato male, ispanismi a caso, esitazioni, spalle scrollate all’ennesima correzione, connessioni che si inceppano, video congelati, audio in ritardo, una marea di «Mi sentite?», «Ma mi capite?» che sfociano in spazientiti «Rozumíte?» (una delle poche parole che riesco a pronunciare di ceco), ma anche tante risate, chiacchiere per chiedere come si sta vivendo questo periodo, consigli vari su cosa cucinare e come cucinarla,
giochi sciocchi per imparare divertendosi, frasi creative, a volte sgrammaticate o con un lessico inappropriato, ma bellissime e paragonabili alle frasi di un bambino che scopre la sua lingua madre. Ci sono tanti sorrisi e una frase: «Stai su con la testa!», traduzione letteraria di un modo di dire di queste parti, che significa ‘Su con il morale!’, a quanto ho
capito. Non è sempre facile riuscirci, soprattutto quando i pensieri mi stringono alle pareti della nostalgia, appiccicosa e dolceamara, che non riesco a togliermela di dosso, pensando a quello che avrebbe dovuto essere e a quello che è in realtà.

La realtà è che a volte mi sento la persona più sfortunata del mondo, a volte penso che potrei migliorare la situazione se tornassi a casa, invece che continuare a stare qui, che le difficoltà che avrei nell’organizzare il viaggio sarebbero solo temporanee rispetto a quello che sto vivendo ogni giorno, in cui alcuni momenti fanno più male di altri, e quel sorriso che mi impongo di fare quando premo “New Meeting” su Zoom o quando comincio una chiamata su Skype, non riesco a mantenerlo.

Poi, in un momento di lucidità, penso che non sono sola in queste battaglie, che ognuno vive e combatte le sue. Invidio chi riesce a sorriderci sempre sopra, io che forse le cose non le prendo sempre alla leggera. Ma penso che un che un giorno tornerò a casa e i miei cari li stringerò fortissimo. Ed è questo che penso un attimo prima di “New Meeting”, in quei secondi in cui il computer si allinea alla connessione che mi fa sorridere e mi fa tirare avanti per un’ora e mezza. Il pensiero che in altri tempi potrò davvero svegliarmi nel mio letto, a due passi dal mio coniglietto e nella stessa casa dei miei cari. A una manciata di chilometri da un amore tanto forte e tanto paziente. E sarà difficile farmi ripartire.

Illustrazione di Sasha Todini