Biblioteche aperte. Ma quanto?

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Quando, verso la metà del mese di maggio, ho iniziato il mio percorso di servizio civile nella biblioteca comunale di Villa Urbani, mi sono subito resa conto che il mio sarebbe stato un anno particolare. Ma già di per sè lo era se teniamo conto del fatto che siamo nel pieno della pandemia di Covid19. A fine lockdown, però, non pensavo di trovare la situazione che invece vivo quotidianamente.

Le biblioteche risultano aperte a metà, questo significa che seguono orari leggermente diversi rispetto a prima, e che svolgono come unico servizio al pubblico la restituzione e il prestito di libri. Queste le disposizioni imposte a partire dalla seconda metà di maggio, quando essendo in procinto di entrare nella Fase 2, e dopo il riconoscimento delle librerie come luoghi da riaprire immediatamente perché dispensatori di beni di prima necessità, anche le biblioteche hanno avuto il loro lasciapassare per poter ricominciare. Ma una ripresa a metà. Aperte al pubblico, in post-pandemia, vuol dire che il servizio di front office è ben funzionante e che svolge però il doppio del lavoro perché gli utenti non possono varcare la soglia dello sportello informazioni, non possono cioè scegliere i materiali direttamente dallo scaffale, selezionandoli in base anche a fortunate coincidenze o a valutazioni del momento, libro alla mano.

Le biblioteche sono aperte, ma in realtà chiuse, perché restano inaccessibili intere sale con la conseguenza che non si può studiare, non si può consultare e non si può girare liberamente tra gli scaffali per trascorrere un po’ di tempo nella quiete ricca di stimoli quale quella che una biblioteca tipicamente offre. L’ideale sarebbe avere le idee chiare prima di recarsi in biblioteca e indicare già le essenziali informazioni bibliografiche (il titolo o l’autore e magari la collocazione) all’addetto al front office o al più si potrebbe cercarlo insieme sul catalogo Opac, ma appunto bisogna sapere cosa si cerca.

Ad ogni modo l’informazione in questo senso non è mancata e tutte le indicazioni su cosa si può ma soprattutto non si può fare nelle biblioteche di Perugia sono ben indicate nel sito internet del Comune, dove è visualizzabile la gradualità con la quale si è proceduto alla riapertura. Basti leggere che a partire dal 15 giugno la biblioteca Augusta ha riavviato la consultazione del Fondo antico (su prenotazione di postazione e documenti) e che la stessa biblioteca, che si muove da apri fila soprattutto per la sua funzione storica e quindi di luogo privilegiato dagli studiosi delle antichità, a partire dal 27 luglio ha favorito l’accesso agli utenti (sempre su prenotazione di posti e documenti) per la consultazione di ogni tipo di materiale, compresi quotidiani e periodici con esclusione del mese in corso; quindi la lettura quotidiana dei giornali è interdetta in quanto “I libri restituiti non sono ricollocati immediatamente sugli scaffali, ma sottoposti a quarantena, in luoghi separati e areati, per 7 giorni. […]”.

Ogni materiale prelevato in magazzino, insomma, è sottoposto a quarantena. In un Paese che affronta i postumi del Covid19 e in cui ormai la maggior parte (se non tutti) degli esercizi commerciali è “normalmente” aperta, in cui si respira la voglia di ritorno a una normalità sia pure con qualche avvertenza in più, i cosiddetti luoghi di cultura soggiacciono a un regime fortemente limitante che non fa che allontanare sempre di più i suoi fruitori.

La dura legge della quarantena

Ma soffermiamoci sulla quarantena dei libri. Pare che il libro sia l’unico oggetto che abbia avuto e purtroppo continui ad avere questo “speciale” trattamento. Si è detto che le fibre della carta trattengono per più tempo l’eventuale virus, cosa che non accade con altre superfici dove si sono riscontrati tempi di permanenza più brevi. Quindi per realizzare le disposizioni governative, in ogni struttura è stata scelta una sala (tristemente denominata Sala della quarantena) dove sono stati collocati una decina di scatoloni che a turno accolgono i libri restituiti. In un primo momento i libri riposavano per dieci giorni prima di tornare al loro posto in biblioteca o essere nuovamente disponibili al prestito, mentre successivamente è stato deciso che il tempo di permanenza in isolamento non dovesse superare i sette giorni. Un’infinità in ogni caso, se si tiene conto del fatto che i libri hanno un’altissima circolazione che quindi la quarantena per forza di cose limita.

Spesso ci si è chiesto se questo modo di procedere sia giusto o meno anche perché non sembra che il fatto abbia precedenti storici e non si è mai sentito che un libro possa essere veicolo eccellente di contagio. La questione risulta comunque spinosa perché in libreria, dove si accede in numero limitato, con obbligo di indossare la mascherina e dopo aver igienizzato le mani (esattamente come in biblioteca), si può scegliere in libertà tra gli scaffali e portare a casa quel che si vuole, e quello che si è toccato non andrà di certo in quarantena e anzi sarà esposto ad altre mani che lo sfoglieranno con curiosità. La biblioteca viceversa pratica il prestito gratuito, per cui – tempo un mese, tanto dura il prestito – ciò che si è preso va riportato in sede.

Proprio il gesto del restituire causa problemi e grattacapi. Nessuno può avere idea di come viene trattato un libro nel chiuso di una casa, se il lettore ha l’accortezza di lavarsi le mani ogni volta che ha intenzione di sfogliarlo, se ha l’educazione di non starnutirci o tossirci sopra o anche di non leccarsi l’indice distrattamente mentre sfoglia; così nel dubbio meglio personificare l’oggetto e imporgli l’isolamento, così che possa depurarsi nella solitudine di uno scatolone prima di tornare visibile al mondo. Ma il punto è, siamo davvero sicuri che bastino sette giorni per scongiurare il pericolo contagio e quindi per ripulire le fibre delle pagine? Su questo non c’è un accordo specifico e non sembra che tutte le biblioteche seguano una linea univoca.
Al di là della disposizione, peraltro nobile, perché implica la volontà di tutelare il più possibile gli utenti, la speranza rimane quella di tornare a una normalità che sia totale, e che quindi non ci siano più restrizioni per le persone ma anche per i libri.

Veronica Perrone